“C’è tempo”: l’introduzione di Luttazzi

Nel 2003, un giovane giornalista sconosciuto, Andrea Scanzi, pubblicava presso la piccola casa editrice Pequod una raccolta di racconti. Scanzi chiese al celebre Daniele Luttazzi il favore di una introduzione e Luttazzi acconsentì, vergando un testo parodistico in cui tratteggiava amabilmente alcuni vizi dello Scanzi scrittore, poi peggiorati, fra cui quello del kitsch sentimentale (“la prospettiva melodrammatica”). A distanza di anni, l’analisi di Luttazzi brilla in tutta la sua profetica perfidia.

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Introduzione di Daniele Luttazzi a C’è tempo di Andrea Scanzi (Pequod, 2003)

Questo libro è diverso dagli altri manuali di scrittura creativa. E’ organizzato in modo che possiate cominciare a scrivere narrativa seria (o non-seria, se preferite) fin dalla prima pagina. Allo stesso tempo, è strutturato in modo che possiate facilmente accedere a esempi chiari delle tecniche di cui avete bisogno. Questo libro è per persone che scrivono già (Ammaniti) e per quelli che hanno sempre desiderato provarci (Eco).

La prima sezione, Storie, elenca forme della narrazione. Non si tratta tanto di regole da seguire, quanto di modalità creative. Mettiamo che vi ricordiate di aver visto Gaber per la prima volta a Fiesole nel ’91. Il Teatro-Canzone. L’alchimia di canzoni e monologhi. Storie vi aiuterà a comporre narrativamente queste memorie vivide, vi mostrerà come possono diventare racconto.

La seconda sezione, Destini, riguarda un truismo per scrittori spesso sottovalutato: scrivere bene significa non avere paura di scegliere la prospettiva melodrammatica. Spremete lacrime al lettore, in fondo è ciò che vuole. La tecnica, come si vedrà, consiste nel porre l’accento emotivo non su quanto è accaduto al protagonista (un fallimento esistenziale, una morte) quanto su ciò che di grande gli sarebbe potuto accadere se le vicende avessero preso un’altra piega. Occorre, a questo scopo, descrivere l’eroe mentre compie un atto che, col senno di poi, risulti emblematico della sua entelechia. Fissato il gesto, il personaggio sembrerà prendere congedo dalle cose del mondo in eterno. Sniff sniff. Edberg che rifà Lendl ne è un’illustrazione perfetta: il melodramma come arte della sineddoche. Fra l’altro, nei momenti storici in cui la propaganda militare non trova di meglio che ricorrere a categorie merceologiche manichee (l’Asse del Male) per spacciare come legittime delle brutali guerre di invasione a scopi petroliferi, i gusti del pubblico si orientano naturalmente verso la catarsi alla Douglas Sirk. Approfittatene, come ha saputo fare di recente Todd Haynes.

La terza sezione, Luoghi, è forse la più importante. E’ un’esperienza comune quella di scrivere una storia che funziona; questo successo dà una confidenza piacevole; che è azzerata dalla prova successiva, un fiasco totale. Nella prima storia probabilmente era in funzione una struttura naturale che vi ha protetto da problemi che nopn sapevate di non riuscire a gestire. Gli elementi di cui lo scrittore si serve per ricostruire un mondo (personaggi, trama, dialoghi, descrizioni) presentano ciascuno difficoltrà peculiari. Luoghi mostra che questi elementi vanno ogni volta imparati di nuovo, ogni volta riconsiderati. Henry James notava che gli era impossibile pensare “a un passaggio descrittivo che non sia nel suo intento anche narrazione, un dialogo che per sua natura non sia anche descrizione, una verità che non partecipi anche della trama”. In altre parole, una buona descrizione fa procedere la storia, il dialogo rivela la natura dei personaggi e le idee causano emozioni. Niente è una cosa soltanto. Gli uccellini di Vonnegut non fanno solo Puu-tii-uiit.

La quarta e ultima sezione, Appartenenze, comunica la gioia dello scrivere, il senso di gioco che può liberare i vostri pensieri, aprendoli a nuove possibilità.

Buon lavoro.

 

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